Quando il cibo va in fumo
La relazione tra cibo e fumo è sempre stata al centro del dibattito: “fumo per mangiare di meno”, è la scusa che tante volte ci siamo sentiti ripetere da amici o parenti dentro una dieta (spesso improvvisata). Ma quanto di vero c’è in questa affermazione, che se non altro è seguita da comportamenti concreti da parte di molte persone? In particolare, molti giovani sono disposti a credere a ciò, e la paura di smettere di fumare coincide con quella di ingrassare poi.

Una ricerca appena pubblicata dall’European Journal of Public Health mette in luce ciò che era un sospetto, e che invece è stato dimostrato essere la realtà: le major del tabacco addizionavano le proprie sigarette con additivi dalle proprietà “antifame”.
I dati, molto chiari
Ci dicono che in generale i fumatori hanno un Indice di Massa Corporea più basso dei non fumatori, e che chi smette di fumare nel giro di sei mesi aumenta in media 3,5 kg .Tra le ipotesi, il fatto che la nicotina stimola il metabolismo, che i fumatori tendono a sostituire la sigaretta con snacks o cibo, oppure –come da più parti si è sostenuto- che i meccanismi di “ricompensa” cerebrale della sigaretta sono gli stessi causati dal cibo. Ma una cosa da chiarire riguarda se le industrie del tabacco hanno cercato di modificare gli effetti naturalmente presenti nelle sigarette per rendere i consumatori meno affamati e in qualche modo creare loro dipendenza. Le evidenze sono a dir poco sconcertanti.
I fatti
Nella ricerca sono state analizzate le sigarette di 6 case produttrici tra le più attive a difendersi nelle sedi legali in seguito alle cause del 1998. Già dagli anni’60 le aziende del tabacco cercavano di attrarre nuovi consumatori preoccupati dalle condizioni del loro peso corporeo. “Potremmo attrarre nuovi consumatori che sono più interessati al loro peso che non ai danni respiratori o del sistema circolatorio”, sono le parole- pesanti- trovate in alcuni documenti ufficiali prima secretati e poi resi pubblici grazie al Master Settlement Agreement tra 46 Stati federali e le compagnie del tabacco. “potremmo allora sviluppare nuovi prodotti con basso contenuto di tabacco, in catrame ma ricche in additivi che limitino l’appetito”, la curiosa business idea. “ma bisogna prestare attenzione a non indicare proprietà che derivino dall’aggiunta di ingredienti o additivi, i consumatori devono semplicemente pensare che si tratti di proprietà intrinseche del prodotto”. Questa l’ulteriore precisazione.
Le sigarette sottili? Pensare per dimagrire
Sembrerebbe una favola, ma è la realtà: le sigarette slim, sottili, indirizzate ad un pubblico femminile, contenevano tale additivo anti-fame, mentre già la forma suggeriva un dimagrimento: diventa sottile come la tua sigaretta, il messaggio implicito. L’additivo in questione? L’acido tartarico.
Ma la lista delle sostanze pensate per essere usate, è lunga

e comprende 2- acetil-piridina, catecolamine, efedrina, anfetamina, mentolo (che modifica l’appetito: lo sapevate?), la mariolide, il propilene glicolico, la reserpina.
Sebbene ciascuna di queste sostanze abbia un proprio percorso d’azione specifico, sarebbero tutte riduttrici dell’appetito. Non tutte le sostanze però sono state rinvenute. Ad esempio, efedrina e amfetamine erano considerate ingredienti per sigarette negli anni ’60. In ogni caso le aziende non avrebbero tratto vantaggio immediato dal comunicare l’aggiunta di tali additivi alle sigarette. Semplicemente non lo comunicavano, né in pubblicità né sul pacchetto.
La comunicazione sul pacchetto
Delle sigarette è sempre stata un argomento delicato. Già il divieto di pubblicità per le sigarette in Europa, seguito dalle dichiarazioni del Governo Australiano di impedire la comparsa della marca commerciale sul pacchetto entro il 2012, sembra profilare nuovi scenari. E in Italia, il bando totale di fumo nei locali pubblici è del 2005.
E la stessa Co
missione Europea sta considerando la revisione sulla Direttiva dei prodotti del tabacco. L’assenza di marchio commerciale, insieme alla presenza di messaggi a tutela della salute, dovrebbe diminuire ulteriormente l’attrattiva del tabacco. Le industrie per contro, sottolineano i rischi di un maggiore ricorso alle sigarette di contrabbando, più facili da smistare in assenza di marchi. Una recente ricerca, (finanziata dalla Cancer Research UK, Young adult smokers’ perceptions of illicit tobacco and the possible impact of plain packaging on purchase behaviour, The European Journal of Public Health) ha però mostrato che il desiderio di acquistare sigarette di contrababndo è dettato dal solo fattore prezzo: I consumatori sonno in grado di distinguerle chiaramente, e si aspettano una qualità inferiore. Insomma, togliere la marca sul pacchetto può essere una bunoa mossa, in termini di salute pubblica.
Il paradosso della prevenzione
Generalmente siamo abituati a pensare che prevenire le malattie sia più conveniente, e che possa far risparmiare una serie di costi sia diretti che indiretti, di salute e altro ancora.
Ma la relazione tra prevenzione e spesa pubblica sanitaria è molto più incerta di quel che potrebbe sembrare. La spesa pubblica sarebbe ridotta se misure efficaci venissero trovate per prevenire malattie costose da trattare e croniche, ma non fatali (demenza, malattie infettive e incidenti).Ma se andiamo a vedere ad esempio il rapporto costi-benefici di misure intese a far smettere di fumare il quadro si complica. I risparmi sui costi di salute per coloro che hanno smesso di fumare sarebbero controbilanciati dai maggiori costi anni più tardi: sia per la cura di malattie tipiche dell’età avanzata e quindi croniche, che per maggiori costi pensionistici che derivano da una vita più lunga.
Ovviamente lo studio si focalizza solo sui costi, in modo utilitaristico. Ma che fa riflettere: Anche perché, come sottolinea l’autore Norman Temple, chi smette di fumare smette anche di pagare le tasse incluse in ogni singolo pacchetto di sigarette.
Riferimenti
- Gonseth, S., Jacot-Sadowski, I., Diethelm, P.A., Barras, V., Cornuz, J. (2011) The tobacco industry’s past role in weight control related to smoking. The European Journal of Public Health, Advance of publication
- Moodie C, Hastings, G., Joossens, L. (2011) Young adult smokers’ perceptions of illicit tobacco and the possible impact of plain packaging on purchase behaviour, The European Journal of Public Health, Advance of publication
- Temple, N. (2011) Why prevention can increase health care spending. The European Journal of Public Health, Advance of publication