Scientisti e antiscientisti: e nell’alimentare cosa accade? 

  • Pubblicato il: 14/12/2012 

  • Scienze economiche 

EFSA ha appena pubblicato un video-tutorial “Science & Society”, prendendo spunto dal testo di Massimiano Bucchi, “Scientisti e antiscientisti”, che argomenta la contrapposizione tra Scienza e Società. Abbiamo intervistato Massimiano sul tema. Nel tutorial, la contrapposizione storica sugli OGM  tra apparato scientifico e aspettative dei cittadini, che sottolineano preoccupazioni non solo di sicurezza alimentare, ma sempre più spesso, di impatto economico sugli imprenditori agricoli, questioni etiche e ambientali.  Un dialogo, quello tra Scienza e Società, che è destinato a continuare, pure con tutte le reciproche incomprensioni del caso.

Massimiano Bucchi è una delle voci più fresche della ricerca sociologica sulla scienza. La sua ricerca si incentra sulla comunicazione della scienza e sull’interazione tra esperti scientifici e pubblico; sulla percezione e gli orientamenti dei cittadini verso scienza e tecnologia; sulle trasformazioni storico-sociali dei rapporti tra scienza, tecnologia e società. Autore di un elevato numero di pubblicazioni a carattere internazionale sul tema, Massimiano partecipa anche entro L’Expert Advisory Group On Risk Communications (AGRC) dell’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare.

D: Cibo, scientismo e antiscientismo …..che rapporti ha il cibo con la scienza?

Nel rapporto tra cibo, scienza e società è facile riscontrare  un mix di aspettative e di pressioni che la società fa alla scienza e di proposte che la scienza fa alla società, in un intreccio difficilmente separabile. Un esempio? Da un lato “chiediamo sempre di più” al nostro cibo, alla stregua di integratori alimentari che devono compiere “miracoli” e farci stare bene, sempre; dall’altro continuiamo a guardare con sospetto a varie tecnologie alimentari o produttive, che ci sembrano invasive ed ostili. L’urgenza sociale che vuole la scienza come risolutrice di tanti problemi, si scontra con la sfiducia che frequentemente nutriamo verso di essa, sfiducia che ci porta a difenderci non con la scienza, ma dalla scienza. Nel caso degli OGM ad esempio si è proceduto in modo semplicistico da parte dei grandi produttori, dimenticando il contesto sociale sul quale impattavano ed andavano a inserirsi.

Quando si toccano certi temi, non si possono tenere la società e la cultura fuori dal dibattito. Vi è stato insomma un eccesso di scientismo in questo caso. Si pensava ingenuamente che tutto potesse essere giocato sull’aspetto meramente tecnico e non su uno spettro più ampio di temi che condizionassero il binomio accettazione/rifiuto. Un altro aspetto che vale la pena sottolineare riguarda la presunzione, entro il dibattito pubblico, che la scienza sia monolitica. In realtà, come nessuno è contrario allo sport, alla cultura, alla politica in quanto tali, nessuno dovrebbe essere contrario alla scienza in quanto tale, ma solo a sue specifiche applicazioni. E questa spesso è la realtà dei fatti. Purtroppo, sempre a livello di circo mediatico, si ha la impressione-pressione che la scienza se accettata, debba essere presa tutta in blocco. Il che è curioso e contrario alle stesse credenziali epistemologiche e induttive della scienza, che non pretende dogmatismi di tale livello, ma semplicemente una minuta verifica delle ipotesi di volta in volta sotto esame.  La contaminazione tra sfera mediatica e sfera scientifica, che come visto è un dato di fatto, ha poi portato –in ambito alimentare- a creare dal nulla tutta una serie di parole-contenitore dal dubbio valore, che di fatto non significano nulla. Come biotecnologie, come nanotecnologie. Anche qui, sembra che si debba prendere tutto in blocco, proprio perché tali parole unificanti mascherano in realtà cose anche molto diverse. Ma non è così. Si tratta di ideologie scientiste appunto, che però non nascono in senso stretto dalla scienza, ma dalla società (uso semplificato del linguaggio da parte dei media, framing da parte di attori economici, etc). e che rinfocolano l’apparente contrapposizione tra scienza e società. Il rischio della profezia che si auto avvera c’è: se il dibattito è impostato in tal modo, ogni voce dissonante è costretta a incanalarsi  forzatamente nell’antiscientismo, o almeno così viene fatta passare all’esterno. Insomma, il dibattito si scalda e come nelle tifoserie, ognuno sembra irrigidito nella sua parte.

D: Nel tuo libero parli della La lunga coda della scienza  … sottolineando come internet abbia aumentato a dismisura le possibilità di pubblicare risultati (pseudo)scientifici. Una miscela esplosiva.  Vale il detto “siamo tutti scienziati” come il pitagorico siamo tutti geometri?

Più che altro diventa più facile per tutti coloro che hanno un interesse da supportare- business, politico, sociale, come anche per le ONG- trovare contenuti ed obiettivi inclini e rispondenti alle proprie attitudini e alla propria visione del mondo. In tal senso, possiamo dire che ci è più facile essere “scientisti” e presentarci come “scientifici” grazie alla coda lunga. La verità e quindi la legittimazione del proprio punto di vista- vengono oggi intesi come aspetti da tenere vivi tramite un continuo riferimento alla scienza e all’analisi dei dati, soprattutto quando “nuova”, soprattutto quando di tipo quantitativo. Non siamo certamente tutti scienziati, ma certamente tutti ambiano a essere “scientifici”, in quanto la scienza ci sembra la fonte di legittimazione per eccellenza. Se poi presentarsi come “scientifici” è di moda, nell’arena mediatica e per un pubblico generalista e non esperto, diventa estremamente difficile farsi una opinione obiettiva e fondata di quanto sta realmente accadendo. Ciò vale sia per un talk show o tribuna politica, sia per un dibattito su grandi temi di confine tra scienza e società (nucleare, ogm, clonazione etc).

D: Ad oggi pensi che siano maggiori i gap della ricerca (fallacia dei risultati e cattiva scienza) o invece della traduzione giornalistica della stessa, spesso approssimativa o sensazionalistica?

Oggi è diventato molto difficile distinguere la sostanza di una ricerca dalla sua formalizzazione pubblica. Il connubio sempre maggiore tra media –soprattutto nelle nuove forme- e expertise scientifica fa in modo che si accorci la distanza tra conoscenza e sua comunicazione successiva. Il web in tal senso appiattisce tutto, con una proliferazione dei messaggi importante. La comunicazione della scienza inoltre è qualcosa che tende a prevalere sulla scienza e addirittura a guidare la scienza. Se la scienza diventa un “fenomeno pop” come tanti altri, allora chi decide è l’uomo della strada che pure incapace di giudicare la bontà dei risultati, ne valuta l’impatto mediatico comprando i giornali o guardando un programma televisivo in base all’appeal, alla curiosità, alla straordinarietà dei risultati.

 D: Un articolo recente di J. P Ioannidis cerca di dimostrare come buona parte delle ricerca considerata affidabile dalla comunità scientifica per metodi usati (cosiddetta Gold Standard e Platinum Standard) sia in realtà spesso piena di errori metodologici e inutilizzabili … che l’Impact Factor (numero di citazioni degli articoli) sia un criterio fallace per dimostrare la qualità della Scienza; che la Revisione dei Pari non sia affatto sufficiente, semmai conferma una tendenza settaria alla ricerca del Consenso dei Pari, un fenomeno di group-thinking tra gli altri …

E’ un tema questo a mio avviso importante. Dimostra che le dinamiche in corso fino a buona parte del XX° secolo, hanno portato a ritenere l’expertise scientifica come risorsa “rara” e il cui accesso era rigidamente regolamentato. Gli investimenti pubblici erano scarsi e mirati, e raggiungere le vette di una pubblicazione scientifica su riviste importanti era di per se stesso garanzia di qualità scientifica.  Oggi non è più così, il fatto di essere pubblicati non garantisce insomma la bontà dei risultati. Un caso esemplificativo a tal proposito è il caso del coreano Hwang, che pretendeva di aver clonato un cane. Si scoprì poi che era una bufala, ma il board scientifico della rivista, interrogato, si era candidamente scusato affermando che su temi “caldi” ed in presenza di risultati mirabolanti preferivano pubblicare comunque, a prescindere da altre considerazioni. “Se i risultati e la ricerca stessa sono corretti, bene. Altrimenti, faranno comunque discutere”, era la logica retrostante. Questo è un tipico cortocircuito da media non specializzati, che però sembra attrarre nella propria orbita gravitazionale un numero sempre maggiore di importanti riviste specializzate. Il caso sollevato da Ionnidis dimostra come a guidare la scienze siano sempre di più le premesse  e le conseguenza della visibilità dei risultati. Fino ad una ventina di anni fa, le istituzioni dedite alla ricerca che disponevano di un ufficio di relazioni pubbliche erano molto scarse, oggi è la norma. Si crea un vero e proprio star-system della scienza, con personalità in quanto tali non diverse dai più famosi attori di Hollywood, e ci si comincia a fidare di loro in quanto tali, a prescindere dalle conoscenze specialistiche che possono aver maturato in tutta una serie di temi estranei al loro ambito di competenza.

D: Ci spieghi brevemente come scientismo e antiscientismo flirtano oggi, fino al punto di diventare 2 facce della stessa medaglia?

 Intanto è necessaria una premessa. Progressivamente, nel corso dei secoli vi è stata una costante espansione e proliferazione della sfera scientifica, che è andata a “dare risposte” a bisogni prima coperti da altre sfere di conoscenza e di pratica. In tal modo, la religione, la filosofia sono state sostituite nella loro pretesa di darci risposte dalla psicanalisi prima, dalla psicologia comportamentista oggi, e anche dalla genetica (“il gene della timidezza”, ad esempio). Abbiamo trascritto in linguaggio medico tutta una serie di aspetti prima differentemente codificati: la timidezza appunto, è diventata fobia sociale; la irrequietezza infantile è diventata disturbo dell’attenzione, e così via. Il processo, che va sotto il nome di disease-mongering, presuppone quindi un salto nella conoscenza e nei livelli di attivazione della stessa sulle nostre vite, che anziché usarla, ne sono sempre più frequentemente utilizzate: gestite da un apparato scientifico che è parimenti normativo, al pari della religione. Ma che lascia spazio alla libertà individuale nel momento in cui la scienza è ancora incerta, incapace di “dire l’ultima parola” in quanto il dibattito è ancora aperto. Così ad esempio il sito 23andme propone screening genetico completo, anche su aspetti ancora non risolti dalla letteratura e per i quali non vi è uno stringente consenso scientifico. In tal senso, si trasferisce sul cittadino e sulla sua libertà tale incertezza, in una sorta di “medicina del desiderio”. Il cortocircuito che ne nasce deriva da tutta una serie di aspettative che vengono sollevate da parte della scienza e che vanno soddisfatte, e che qualora non vengano soddisfatte portano al biasimo del pubblico e all’ “antiscientismo”. La scienze di conseguenza è continuamente sottoposta a pressioni del pubblico esterno per “essere usata”. Illuderci allora di separare scienza e società non ha senso ed è sempre più difficile.

Massimiano Bucchi

Membro del comitato scientifico internazionale Public Communication of Science and Technology (http://www.pcstacademy.org/) e del Consiglio Italiano per le Scienze Sociali. Fa parte del comitato scientifico del centro ricerche no profit “Observa Science in Society”, per cui ha ideato e cura dal 2005 l’Annuario Scienza e Società, pubblicato a partire dal 2009 da Il Mulino. È membro dell’editorial board della rivista Public Understanding of Science. Ha pubblicato su numerose riviste scientifiche internazionali, tra cui Nature, Science, Collabora regolarmente agli inserti TuttoScienzeTecnologia del quotidiano La Stampa e Nòva24 del Sole 24 Ore. Suoi articoli e interviste sono stati pubblicati e diffusi dai media di vari Paesi tra cui Cina, Corea del Sud, Croazia, Belgio, Giappone, Polonia, Spagna, Svezia, Stati Uniti.