“Probiotico”, nuova vita al claim? 

  • Pubblicato il: 15/07/2016 

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  • Etichettatura nutrizionale e salutistica  - Esperienze Europee 

I probiotici sono stati in questi lunghi anni di attesa una sorta di pietra filosofale, indagati e ricercati da tutti ma mai alla portata di indicazioni sulla salute. Batteri in grado di arrivare vivi nelle mucose intestinali: questo la loro definizione.

Nel 2007, Linee guida della Commissione europea avevano poi giudicato il termine "probiotico" come un vero e proprio claim sulla salute- che necessitava quindi di rigorosi studi nell’uomo per dimostrare la sua funzionalità (spesso legata a concetti sfuggenti come il benessere intestinale, la vitalità, le difese immunitarie), entro la apposita normativa europea. Con l’ulteriore difficoltà che fino a poco fa Efsa chiedeva studi su soggetti perfettamente sani. E con maggiori difficoltà quindi nel riuscire a mettere in luce gli effetti positivi dei probiotici, in persone già fisicamente in ordine e che non potevano manifestare "miglioramenti".

Una ulteriore difficoltà, derivava poi dalla numerosità dei ceppi probiotici presenti in commercio: l’industria aveva cercato in passato di condurre una iniziativa congiunta di studio chiedendo che diversi studi su diversi probiotici potessero essere usati tutti insieme per fondare scientificamente claim di salute generici sui probiotici. Ma senza risultati. Efsa chiede infatti una valutazione caso per caso, ceppo per ceppo-rispetto ai positivi effetti per la salute.

Efsa -a dire il vero- aveva poi ammorbidito le proprie linee guida per la valutazione dei claim. Consentendo un certo agio anche a studi che venissero condotti su soggetti non perfettamente sani (come le persone sovrappeso od obese).

E alcuni paesi avevano consentito un uso più immediato del termine. Ma con una normativa europea frammentata e interrotta, ferma ai confini nazionali. In diversi pasi europei quindi il termine “probiotico” non può proprio essere utilizzato.

La proposta della Commissione

Proprio i giorni scorsi la Commissione europea ha proposto una soluzione per affrontare l’annosa questione.  Indicando come via di uscita la possibilità di usare il termine probiotico entro le indicazioni volontarie adottabili da parte degli stati membri, a norma dell’articolo 36. Del regolamento … sull’Informazione ai Consumatori.  Uscendo quindi dalle sacche del regolamento sugli Health claims. Ma con un processo lungo, adottando un atto delegato per autorizzare informazioni date su base volontaria.

Una proposta che però non ha visto tutti d’accordo. All’incontro con i 28 rappresentati dei paesi dell’Unione infatti, hanno valutato la proposta.

Il problema è da un lato la possibilità di ingannare i consumatori, dall’altro di avere dati ben stabiliti al riguardo.

Il Parlamento e gli Stati membri (il Consiglio) hanno ora la possibilità di porre un veto su atti delegati se pensano che manchino entrambi i requisiti summenzionati.

Solo successivamente a tale atto delegato la Commissione potrà proporre atti di implementazione per definire meglio le condizioni di uso del termine probiotico.  Successivamente, soggette all’approvazione del comitato tecnico degli Stati membri entro lo Standing Committee, Plants, Animals, Food and Feed (PAFF).