Ambiente urbano: può favorire l’obesità? 

  • Pubblicato il: 12/09/2011 

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  • Sicurezza nutrizionale  - Nel Mondo 

La ricerca da tempo si interroga sul legame tra disposizione fisica delle città, possibilità di muoversi e accesso ai cibi più salubri tramite mercati rionali o farmers’ markets. L’ambiente potrebbe insomma diventare “obeso genico”: favorire comportamenti alimentari più o meno consapevoli, spesso dettati da contingenze esterne e costrizioni ambientali.

Si sa già che diete prive o con poca frutta e verdura, o al contrario diete basate su cibo spazzatura e fast foor sono associate ad obesità  e malattie croniche. Ma quale il ruolo del proprio quartiere nell’indirizzarci a scelte più o meno sane? Già ricerche precedenti avevano investigato la distanza dai fast food come una variabile esplicativa di diete meno sane, almeno negli USA. Ora una ricerca Oha valutato come la percezione del proprio circondariato e quartiere può essere legata a stili alimentari più o meno sani, e al maggiore o minore consumo di frutta e verdura.

Tramite una analisi cross-section sulla salute pubblica di Filadelfia, 10450 persone  sono state suddivise a seconda del quartiere. I risultati sono stati abbastanza chiari: una percezione negativa del proprio “ambiente alimentare”, a partire da difficoltà percepite di rifornirsi di frutta e verdura, lontananza da supermercati, qualità percepita come scarsa dell’offerta alimentare –sono associate direttamente con il consumo presso fast food.  In tal senso, una possibile chiave esplicativa suggerita dai ricercatori è che le difficoltà di accedere a cibi sani portino a scegliere alternative come fast food. Di conseguenza, interventi volti a migliorare l’ambiente urbano potrebbero direttamente riflettersi in una maggiore disponibilità di alimenti sani e di qualità, che diminuiscano il ricorso al cibo spazzatura. Da ricordare che una analisi cross section pretende fotografare ad un istante dato tutta la popolazione, in modo da visualizzare un fenomeno nella sua interezza, valutando ad esempio l’incidenza di una malattia su una popolazione nel suo insieme.

E’ uno studio osservazionale ma a differenza di un trial clinico, non coinvolge un solo campione limitato della popolazione. Altri due studi, pubblicati da poco, hanno messo in evidenza come la presenza di “food deserts”, ovvero aree senza forniture alimentari adeguate, favorisse il consumo di cibo spazzatura. Entro lo studio Coronary Artery Risk Development in Young Adults study, condotto dal 1985 al 2011, gli autori hanno valutato il consumo presso fast food, la qualità della dieta e il consumo di frutta e verdura quali funzioni della vicinanza o lontananza da catene di fast food, supermarket o negozi di vicinati tradizionali rispetto alla propria abitazione. Con 5115 partecipanti dai 18 ai 30 anni nei distretti di Birmingham, Ala.; Chicago; Minneapolis; and Oakland.Tra le persone con un livello di istruzione più basso,  è stata trovata una associazione tra consumo nei fast food e disponibilità fisica degli stessi, soprattutto quando situati tra 1 e 3 kilometri dall’abitazione. Mentre non sono emerse chiare conclusioni sul ruolo della vicinanza o lontananza da supermercati e negozi di vicinato, che lasciano pensare ad un effetto “neutro”.

Negli USA il Dipartimento per l’Agricoltura el’Alimentazione, l’USDA, ha preso seriamente a cuore il problema dei Food Desert:  permettendo intanto di mapparli. Solo così sarebbe possibile riconoscere l’esistenza di un problema di accesso al cibo. E cercare poi di risolverlo. L’iniziativa, nata da Michelle Obama entro il suo programma “Let’s Move!” per contrastare l’obesità infantile, è un caso interessante.

Coldiretti intende mettere a disposizione delle autorità pubbliche lo strumento dei Farmers’ Market del circuito Campagna Amica, nonché le Botteghe di Campagna amica, vicine all’idea del negozio di vicinato. Tali punti vendita possono favorire un accesso ad alimenti di qualità e ad un prezzo accessibile, garantendo stagionalità e kilometro zero. Lo scorso Novembre, Coldiretti ha messo in luce presso la FAO il ruolo positivo che in alcune realtà i Famers’ market hanno anche a livello di policy nutrizionale.

 

·         Lucan SC, Mitra N.(2011) Perceptions of the food environment are associated with fast-food (not fruit-and-vegetable) consumption: findings from multi-level models. Int J Public Health. 2011 Jul 20. [Epub ahead of print]

·         J. Boone-Heinonen, P. Gordon-Larsen, C. I. Kiefe, J. M. Shikany, C. E. Lewis, B. M. Popkin. Fast Food Restaurants and Food Stores: Longitudinal Associations With Diet in Young to Middle-aged Adults: The CARDIA Study. Archives of Internal Medicine, 2011; 171 (13): 1162 DOI: 10.1001/archinternmed.2011.283

·         J. E. Fielding, P. A. Simon. Food Deserts or Food Swamps?: Comment on "Fast Food Restaurants and Food Stores". Archives of Internal Medicine, 2011; 171 (13): 1171 DOI: 10.1001/archinternmed.2011.279