Etichetta “Front” per cibi “sani”: è possibile avere un unico standard mondiale su cibi buoni e cattivi?
Il sogno ideale per chiunque abbia a che fare con etichette alimentari, sia che si trovi dalla parte del consumatore che del produttore? Avere etichette trasparenti, semplici, facili da leggere e utili per i consumatori. Capaci, tramite la maggiore trasparenza fornita, di favorire una sana competizione tra produttori e migliorare il tenore nutritivo degli alimenti proposti.
Per i produttori diviene importante la semplicità di messaggi scientificamente fondati per fidelizzare i consumatori, per le autorità di salute pubblica, incentivare migliori comportamenti di consumo dei cittadini e il miglioramento degli ingredienti usati dai produttori; per i consumatori, la maggiore chiarezza e la fiducia negli attori commerciali e pubblici che sovraintendono il processo.
Intanto, entro la fine dell’anno vedrà la luce l’attesissimo nuovo regolamento comunitario per le informazioni ai consumatori e le etichette, che guarda caso, prevede una maggiore semplificazione normativa e un’incrementata trasparenza (su aspetti come origine dei prodotti-carni suine, pollame e ovine), leggibilità (il carattere delle etichette deve rispondere a determinate dimensioni), precisione sul contenuto (allergeni facilmente identificabili in etichetta, netta distinzione tra prodotti come carne e pesce “ricostituiti” da pezzi tramite amalgama o invece filetto /tranci tal quali). Inoltre, quando l’origine del prodotto indicata sull'etichetta risulti diversa da quella dell’ingrediente primario, nelle diciture sarà imperativo citare anche questa seconda origine, o comunque precisare la non coincidenza con l’origine del prodotto.
Un pò di storia...il "davanti" dell'etichetta (Front of the Pack)
Proprio il Front of the Pack era stato un elemento di contesa tra Commissione Europea e Consiglio dei Ministri. Infatti, il Direttore della Direzione Generale Salute e Consumatori (DG SANCO) della Commissione, Paola Testori Coggi, aveva affermato la necessità di insistere su tale punto in ragione del potenziale positivo per le scelte dei consumatori (sono pochi quelli che leggono la retroetichetta, di più quelli che leggono il front); mentre il Consiglio aveva optato per l’approccio classico di indicare nutrienti nel retro della confezione. La Commissione ha provato ad ottenere l’appoggio dei membri del Parlamento Europeo proprio in seconda lettura. Il Compromesso finale, vede l’obbligo di etichettatura in un unico campo visivo, il retro-etichetta. Ciò detto, il nuovo regolamento prevede pure che certe informazioni possano essere redatte sul “davanti", come le calorie per 100 gr/ml -su base esclusivamente volontaria. Lo stesso dicasi per i valori relativi a grassi, acidi grassi saturi, zucchero e sale, che dovrebbero aiutare i consumatori a fare scelte più sane e consapevoli e le industrie a migliorare i propri prodotti.
Ma la Commissione Europea si riserva di intervenire ulteriormente, consentendo l’uso uniforme di loghi o simboli -“pictorials”- art. 9, comma 2-4-, in grado di favorire scelte sane dei consumatori e di contribuire anche all’educazione alimentare. Ciò che accade da tempo in diversi paesi che hanno adottato simboli per incentivare una sana alimentazione, sottolineando che un determinato cibo è sano. E qui può iniziare la nostra storia: quale spazio per l’armonizzazione dell’etichetta Front of the Pack? Oltre ad un livello di consenso europeo (necessario affinchè la Commissione prenda in seria considerazione questi ulteriori interventi), c’è spazio per un consenso internazionale? Si riesce a stabilire un unico, semplice criterio per far sapere ai consumatori se un cibo è “buono” o invece “cattivo”? E’ la domanda che si sono posti alcuni ricercatori olandesi. Se è vero che la Commissione Europea ha dato una propria risposta, con i cosiddetti “profili nutrizionali”(art. 4 reg. 1924/2006), sulla base anche di un parere di EFSA, le cose vanno ancora definite legislativamente. E intanto diversi logo del "cibo salubre" sono stati proposti in Europa, comprensivi del "semaforo" inglese (v.sotto)

I risultati
Sebbene si riconosca che non esita nessuno standard assoluto (“gold standard”) per individuare una linea di demarcazione netta tra cibi buoni e meno buoni -questa la dichiarazione conclusiva del gruppo di ricerca, si può teoricamente creare un modello in tal senso. Partendo
- dai consumi alimentari della popolazione nel suo insieme o di sottogruppi, si riesce a capire
- quali nutrienti possono rappresentare un rischio per la salute (sodio, grassi saturi, grassi trans, zuccheri, contenuto calorico complessivo …) in virtù del legame eziologico con determinate malattie, e come sottolineati dalla OMS
- ed entro quali fonti alimentari sono prevalentemente assunti.
Tuttavia lo schema proposto si rende conto che non si possono confrontare alimenti molto diversi (un succo di frutta non potrà mai essere confrontato a livello nutrizionale con un formaggio a pasta dura…) e che è necessario un raggruppamento. In questo modo dovrebbe essere possibile, entro le diverse categorie alimentari, avere critieri nutrizionali diversi sui quali valutare la bontà di ogni alimento. Un contenuto di grassi di un certo tipo nei formaggi è infatti fisiologico, e anzi rappresenta un parametro di qualità, mentre risulta inadeguato in bevande, soprattutto se senza frutta. EFSA, nel suo parere sui profili nutrizionali sembra andare in una direzione simile.
Ma fa riflettere la tabella riportata sotto: solo il 100% dei campioni di frutta e verdura nonché patate fresche sarebbero al 100% salubri, mentre già alimenti come pesce o cereali sarebbero "in difficoltà". Del resto, la costruzione dei criteri usati prevede di valutare in assoluto la presenza di grassi saturi (nel pesce sarebbe più opportuno valutare il profilo lipidico complessivo ed il bilanciamento tra grassi insaturi/saturi), mentre di converso negli oli non si considerano i preziosi monoinsaturi, ma anche qui solo “barriere” in negativo alla presenza di grassi saturi (che sono contenuti nella stessa percentuale ad esempio in 100 ml di olio extravergine di oliva o in quantitativo equivalente di margarina light… ma con importanti differenze qualitative e nutrizionali!)

Insomma, il modello sembra pagare il vizio fondamentale di considerare solo elementi nutrizionali negativi che si vogliono limitare nella dieta, senza valutare il ruolo positivo di altri nutrienti positivi che potrebbero restituire dignità al cibo. Per questo, crediamo, più che fittizie distinzioni tra cibi buoni o cattivi valgano le raccomandazioni come quelle inoltrate da INRAN (Linee Guida per una Sana Alimentazione). La cultura alimentare non può sempre essere rimpiazzata da etichette.
Vai alla ricerca originale pubblicata sull’European Journal of Clinical Nutrition