"Conosci il tuo contadino, Conosci il tuo cibo" 

  • Pubblicato il: 01/02/2012 

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  • Filiera Corta  - Nel Mondo 

La filiera corta, concetto che sta prendendo piede in tutto il mondo: Kathleen Merrigan, dell'USDA, ha rilanciato per quest'anno la campagna di comunicazione "Conosci il tuo contadino, conosci il tuo cibo", già presente gli scorsi anni, e con il motto aggiuntivo "ogni famiglia dovrebbe avere un contadino".

 Se così fosse, le implicazioni per l'agricoltura intensiva americana sarebbero pazzesche: fine della sostituzione ricardiana "macchine-uomo", e ritorno ad un modello agricolo di vicinanza, a maggiore valore aggiunto, più rispettoso per l'ambiente e per i consumatori: finalmente in grado di capire che cibo ricevono.

La portata di tale affermazione è enorme. E non significa semplicemente un ritorno al "piccolo mondo antico", ma più semplicemente un cambio di passo per rendere coerenti un programma politico sociale post-industriale in linea con le società attuali.  Se così fosse infatti, significherebbe un gran rinnovamento rispetto allo status quo: in base ai dati dell' U.S. Census Bureau infatti, una famiglia tipo è composta da 2,59 persone, e sul suolo USA vi sarebbero ben 114.235.396 famiglie. Anche ammettendo l'idea di famiglia allargata, si capisce presto che i numeri che si richiederebbero all'agricoltura sarebbero notevoli (70 milioni di agricoltori? 30?...). Quando oggi il numero di aziende agricole si assesta su 2,2 milioni, oltre il 90% delle quali a conduzione familiare.

Nel XVIII secolo, stando all'economista Milton Friedman, per provvedere alla food security degli USA servivano 19 agricoltori su 20 lavoratori complessivi. Due secoli più tardi, grazie alla meccanizzazione e all'uso intensivo di fertilizzanti, solo 1 su 20.

Certo il messaggio è un segnale dei tempi che cambiano,e va letto con attenzione. Sebbene, il reddito rurale sconti un gap di circa il 25-30% rispetto al reddito urbano negli USA e le dinamiche dei prezzi pagati dai consumatori negli ultimi 30 anni siano aumentati, rispetto invece al prezzo riconosciuto agrli agricoltori (vedi grafico con dati USDA). Tali dinamiche, sono simili del resto a quelle europee: la relazione di Josè Bovè al Parlamento Europeo lo scorso 19 gennaio ha sottolineato che negli ultimi 10 anni il gap tra prezzi pagati agli agricoltori e costi degli input agronomici è di circa il 15%. Questi aspetti allora favoriscono la presa di coscienza che il prezzo riconosciuto agrli agricoltori è insostenibile se nello stesso tempo si vuole continuare a mantenere una qualità alimentare decente e un rispetto ambientale sempre più rilevante per i consumatori.

Insomma, bisogna riallineare il valore politico e culturale del cibo al valore economico riconosciuto. Raj Patel, autore del best-sellers “The value of nothing” affermava che il valore vero di un Big Mac dovrebbe essere all’incirca di 200 dollari: questo sarebbe infatti il costo da pagare se si dovessero tenere in considerazione gli effetti di deforestazione per usi agricoli, dell’inquinamento dell’acqua, delle altre esternalità negative e costi occulti generalmente oggi non considerati o scaricati sulla collettività (meglio se di paesi in via di sviluppo).